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Storia

OSSI, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Sassari, capoluogo di mandamento con giurisdizione sopra Tissi, Muros e Usini, e già compreso nel dipartimento di Coros del regno di Logudoro.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 40', e nella longitudine occidentale del meridiano di Cagliari 0°, 32'.

In distanza da Sassari d’un’ora e tre quarti e di una dalla Scala di Giocca, siede questo paese sul fianco boreale della montagna che sorge sulla valle di Campo Mela a sinistra del rio, sì che resta un po’ coperto dal vento australe, ma non dagli altri, a’ quali resta esposto.

Il cielo invernale è più tosto temperato se non soffino i venti boreali, o il maestrale, che soventi è più che fresco; l’estivo non è pure tanto ardente, quanto in altre parti, dove gli ardori del sole non sono moderati; ma il centro del paese che si abbassa tra due rilevamenti, a ponente e levante, come resta meno ventilato, così è più caloroso.

Non è in tutti gli anni che nevichi, e quando si ha questa meteora, è cosa rara che duri più giorni.

Anche i temporali sono infrequenti, e accade ogni dieci anni, che per causa de’ medesimi, debbasi dolere il colono.

L’umidità vi è sentita, e soventi il luogo resta ingombro dalla nebbia.

L’aria di Ossi non si dovrebbe temere infetta da miasmi, perchè resta lontana da’ luoghi bassi e pantanosi delle valli maggiori, dov’essi si svolgono; tutta-volta non è quasi mai totalmente pura per le esalazioni che dà il rivolo, che traversa il paese, contaminato dalle feccie che vi si gittano dalle case, dalla sozzura delle robe che vi si lavano, coperto in vari tratti nel fondo da fetente melma. Egli è da stupire che si conosca quanto male sia alla sanità in cotanta sporcizia, e che il Consiglio del paese, che il può, non abbia fatte le debite proibizioni, e che il Protomedicato non abbia provveduto per l’osservanza delle regole di pubblica igiene.

Un’altra sorgente d’infezione è in questo paese (come lo è pure ne’ vicini e in moltissimi altri), ne’ grossi letamai, che si vanno ammucchiando all’orlo del paese: e senza il gaz pernicioso che sfuma ne’ tempi caldi dalla fermentazione, è a notarsi l’altro grave incomodo del fetentissimo fumo che offusca l’aria, quando nell’estate alcuno vi attacca il fuoco, o lo concepisce lo stesso letame nel calore della corruzione. Così è, che si toglie l’ingombro de’ grandi mucchi, e intanto i campi sterili non ne ricevono nessuna parte, e pochi ne adoperano a fecondare gli orti.

Eravi, non sono molti anni, e forse resta ancora un’altra causa di malignità per l’aria nelle sepolture che si aprivano nel pavimento della chiesa, dalle quali usciva spesso tanta mefite, che poteva a organismi delicati cagionare l’asfissia.

L’abitato dividesi in tre rioni, o vicinati, de’ quali quello che giace fra le due notate eminenze è cognominato Intr’-e-bidda (Entro di villa), quello che sorge a levante Literài, e il terzo che levasi a ponente Sa scala per la declività del piano scabro, in cui è posto. La parte migliore è la seconda, le cui vie sono ampie, apriche e meno irregolari, sebbene un po’ ripide. Qui si può godere un ampio orizzonte e dominare tutta la Nurra e il mar torritano.

Territorio. Stendesi questo in lungo, avendo termini al settentrione il fiume Mascari, in distanza d’un miglio e tre quarti, per cui resta diviso dalla Fluminaria e dall’agro sassarese, e al mezzodì il fiume di Petralva, come in queste regioni dicesi il fiume torritano, in distanza non maggiore di due miglia e mezzo. E siccome a levante non sono lontani i limiti per più di mezzo miglio, a ponente d’un miglio, però la sua superficie (stimate bene tutte le parti) non si può computare maggiore di miglia quadrate sette.

Notai il paese posto sul fianco della montagna in un ripiano, or soggiungerò che questo piano non dà più che un miglio e 1/6 a ponente-libeccio con una larghezza compensata di mezzo miglio, e che sul suo livello non è di molto che levasi la massa superiore del monte, terminata in tre punte con tre nuraghi.

Le pendici di questa montagna sono in alcune parti assai declivi, massime quelle di levante e di mezzogiorno.

Acque. L’Ossese non ha gran numero di sorgenti, ma alcune fra queste sono notevoli per la copia, e formano dei rivoli. Questi sono i seguenti:

La vena de Badde, che nasce nell’eminenza notata all’austro del paese, traversa il rione di mezzo, cresce dalle fonti della regione detta Borgumiddas, dove cambia il nome cominciando a esser detto Riu-picinnu fino a versarsi nel Mascari.

Il rio di Briai nato nel salto di Montemannu incontro a levante scorre la selva di Briai, e si versa nel rio di Sangeorgio.

Il rio di Triulesa comincia dalla regione, che dicono di s. Margarida, bagna la valle di Baddecheia e passando per la vidazzone di Usini scende nell’anzidetto fiume.

Il rio de Santugiuanne proviene pure da Montemannu alla parte di ponente, e trascorsa la valle Canida, si versa nell’alveo di Sangiorgio.

La fonte de Cossos che è nel Florinese, nella regione Palamantedda, manda un rivolo che traversa alcuni salti di Ossi e quindi va a influire nel Sangeorgio.

I tre primi de’ suindicati ruscelli possono movere de’ molini; i due ultimi sono meno abbondanti.

Selve. Quella che è propria del comune dicesi Bore,

o Littu-e-oro, di piccola estensione e molto diradata. Molto più notevole per l’estensione è quella di Briai, così nominata dal paese spopolato, nel cui territorio essa si trovava. Ho detto per la estensione, perchè in riguardo al numero degli alberi e alla loro prosperità non sarebbe degna di menzione. Si è sempre distrutto, e non si è pensato mai a ristaurare. È però sperabile, che quindi innanzi questa parte migliorerà per la sollecitudine del governo che ha rivolto le sue cure alla conservazione delle foreste.

Del grosso selvaggiume non trovasi in questi salti che i cinghiali e qualche daino; le specie minori però, volpi, lepri ecc. vi sono assai moltiplicate. La caccia degli uccelli suol essere più fortunata, essendo le pernici assai sparse.

Popolazione. Componesi la medesima di anime 2108, distinte in maggiori d’anni 20 maschi 715, femmine 708, e minori maschi 478, femmine 487, distribuite in famiglie 527.

Nell’anno 1837 (?) si notò un totale di capi 2288, de’ quali maggiori di anni 7 maschi 919, femmine 867, minori 263, femmine 239.

Vedesi ne’ due computi cosa contraria all’ordinario, che il numero degli uomini sia superiore a quello delle donne. Io volli già spiegare questo fenomeno, che credo piuttosto apparente che reale, immaginando, che non fossero dedotte in ragione le donne e le fanciulle che vanno in Sassari a serve; ma forse questa spiegazione non si vorrà accettare, perchè anche da tanti altri paesi mandansi in Sassari altre serve, e non pertanto non apparisce un tanto divario fra gli individui de’ due sessi. Il lettore si ricordi, che un pari fenomeno notai parlando di Lula o Luvula, dove indubitatamente il numero delle femmine è sempre inferiore a quello de’ maschi.

I numeri medi del movimento della popolazione sono i seguenti, nascite 70, morti 55, matrimoni

32.

Gli ossesi sono gente laboriosa e tranquilla, ma non molto industre, giacchè sono negligenti a fare tante cose, dalle quali potrebbero aver vantaggio e vivere più agiatamente. L’arte principale che si esercita, è l’agricoltura, alla quale sono applicati tra grandi e piccoli, uomini 820; viene poi la pastorizia professata da circa 80 persone; in terzo le arti meccaniche che numerano esercenti 40. Negli ufficii liberali si possono numerare 10 persone, nel ministerio ecclesiastico 6, nel far niente quelli che furono alle scuole nella città, e poi tornarono nel paese per farvi i pecchioni, e turbare la tranquillità.

Le donne che si occupano alla filatura e tessitura sono poche, e però la loro opera è insufficiente al bisogno della popolazione. Ma se non lucrano da questi lavori, lucrano dalla piccola industria che esercitano, vendendo nel mercato della città pollami e frutta, e altre coserelle.

La scuola primaria vi fu istituita, ma il frutto della medesima è quasi nullo. Da una parte i parenti poco si curano di mandarvi i figli, o male vegliano, perchè essi vi sieno assidui; il maestro, che non teme nessuna sorveglianza, poco studia al suo dovere, o perchè non riceva il suo onorario a tempo, intermette le lezioni.

Attende in Ossi alla salute pubblica un medico e un chirurgo, serviti da due flebotomi, i quali qualche volta tentano operazioni d’alta chirurgia con tali istromenti e tanta destrezza, che ne resterebbero maravigliati i lettori, se io ne descrivessi qualcuna.

Agricoltura. Finchè durò il sistema feudale, quasi tutti i terreni d’Ossi erano demaniali, perchè non era attribuito al comune, che un prato pubblico molto ristretto, nè altro era nel dominio de’ particolari, che il tratto chiuso per le vigne, che già aboliti i feudi e pubblicata e cominciatasi a eseguire la legge sopra la distribuzione de’ terreni, la proprietà si distende, e si vanno chiudendo le terre.

Le regioni di Ossi sono di una gran fecondità, e se non manchino le pioggie, vi si spiega una superba vegetazione.

Le due regioni della seminagione (vidazzoni) sono quella di Briai capace di starelli 2670, e quella di Littu, che può riceverne 2467.

Fuori delle medesime si semina nelle tanche e in alcuni salti del territorio di Sassari, nei campi della Nurra, spesso a gran distanza dai termini di Ossi.

Le quantità solite seminarsi sono le seguenti nel territorio d’Ossi, starelli di grano 1400, d’orzo 700, di fave 100, di lino 100, di meliga 20, di legumi 50; e in territorio esterno star. di grano 1000, d’orzo 450.

In questo stato di cose non sarebbe il caso di dedurre da Ossi una colonia su’ salti deserti, dove tanti vanno a seminare, perchè, come essi dicono, manca il luogo a’ lavori nel proprio suolo?

La produzione è ordinariamente copiosa, ned è straordinario, che il grano produca il 12 e 15, l’orzo per lo meno altrettanto, le fave il 20, la meliga il 50.

L’orticultura non è negletta, ma non molto proficua.

Il vigneto è diviso in circa 300 porzioni variamente diseguali, e comprende circa 500 starelli.

La vendemmia suol produrre da 800 in 1000 cariche di mosto. Il vino è generalmente di molta bontà e durata, e pareggia il miglior di Sassari, ove sia manifatturato con diligenza.

Sono nelle vigne molti alberi fruttiferi di diverse specie e non poche varietà; olivi, peri, meli, ficaje, peschi, mandorli, ecc. Il numero complessivo de’ medesimi si può stimare di circa 20000 individui.

Senza i fruttiferi delle vigne sono quattro oliveti, ma così piccoli e mal coltivati, che il numero non sia maggiore di 1800 ceppi, e il totale loro prodotto medio rare volte superiore a barili 15. Si dice, che l’esempio del vantaggio altrui soglia persuadere meglio che possano fare i ragionamenti; ma questo non è sempre vero, e in fatto vediamo che gli ossesi (e vale l’osservazione anche per i vicini) han da gran tempo veduto il profitto, che i sassaresi ritraevano da’ loro oliveti, ma non ne furono eccitati a diligenza.

Pastorizia. Gli ossesi come fanno agricoltura in altrui territorio, parimente conducono i loro armenti e le greggie ne’ pascoli altrui, perchè come la propria regione è troppo ristretta per l’agricoltura, così lo è per la pastura vaga. Molti pastori d’Ossi vanno per le regioni della Nurra.

Le specie che si educano e i numeri rispettivi sono approssimativamente i seguenti:

Bestiame manso. Buoi per le opere agrarie e vettureggiamento capi 800, vacche mannalite agli stessi usi 80, cavalli e cavalle da sella e da basto 520, porci o majali 400. Si hanno pochi giumenti, perchè la macinazione si suol fare in cinque molini idraulici stabiliti dentro il territorio.

Bestiame rude. Vacche 1600, cavalle 300, capre 1900, porci 700, pecore 3500.

I formaggi che si fanno, non si distinguono per alcuna bontà particolare, e la loro quantità non è soventi tanta, che di molto sopravanzi i bisogni della popolazione, sì che si possa lucrare dalla vendita del superfluo.

Apicultura. È questa quasi interamente negletta.

Commercio. Si può tenere in buon calcolo, che gli ossesi possano dare al commercio la comune di starelli di grano 8000, di starelli d’orzo 3000, e che il guadagno sulla prima specie sia di lire nuove 40 o 50 mila approssimativamente, il guadagno sulla seconda e le altre specie minori di lire 15 mila; il profitto su minimi articoli di lire 4 mila. Si vende a’ negozianti o sul mercato di Sassari.

Religione. Il popolo di Ossi è compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari, ed è governato nelle cose di spirito da un rettore assistito da altri due preti, siccome viceparrochi, e da altri tre quali semplici coadiutori volontari di circostanza.

La chiesa principale, posta nel rione di mezzo, è dedicata all’apostolo s. Bartolommeo, sufficientemente grande e decentemente fornita di arredi.

Dietro la chiesa è uno spazio chiuso e ombreggiato da cipressi, che serve di camposanto, sebbene non abbia le condizioni proposte dal governo.

L’altro luogo sacro, che sia nel paese, è l’oratorio di s. Croce, dove uffizia una confraternita, e si fa la scuola primaria.

Nella campagna sono due cappelle, una assai propinqua all’abitato, ed è sotto l’invocazione della s. v. e

m. Vittoria, l’altra distante un’ora in sulla via al paese di Florinas, o Fiulinas, ed è denominata da s. Antonio.

La festa principale, onorata di gran concorso di gente da Sassari e da’ vicini paesi, è per il titolare, in occasione della quale si celebra una fiera.

Non è gran tempo, che fra le altre ricreazioni popolari, era la corsa de’ barberi; ma perchè frequentemente accadevano disgrazie, e si storpiavano i cavalli, e rompeansi il collo i fantini correndo in un arringo disastroso, però non si intimò più questa gara pericolosa, e non si proposero premi.

Antichità. Non mancano in questo territorio i nuraghi, ma quasi tutti in gran parte distrutti.

Il salto di Briai ricorda l’antica popolazione di questo nome, che venne poi a mancare, essendosi i pochi che sopravvissero alle disgrazie patite ridotti in Ossi. In che tempo quel luogo sia rimasto deserto nol chiariscono le memorie, e nol porta la tradizione.

Feudo di Ossi. Ossi ebbe il titolo di baronia, e fece parte dello stato del ramo primogenito de’ Manca, posseduto ultimamente dal nobile D. Vincenzo Manca Amat di Sassari.

Questo stato componevasi del detto feudo, del marchesato di Montemaggiore, del marchesato di Mores, del contado di s. Georgio e del ducato del-l’Asinara e Vallombrosa. Non avendone finora parlato, proporremo al presente le cose più notevoli.

Marchesato di Montemaggiore. Sotto questo titolo comprendesi l’incontrada, dove sono i paesi popolati di Tiesi, Queremule e Bessude, esistenti nella parte inferiore dell’antico dipartimento del Logudoro, che diceasi di Cabuabbus. La prima infeudazione deve riferirsi all’anno 1436, quando Alfonso V con diploma 10 luglio approvò il riparto fatto da’ procuratori della città di Sassari, Bosa e Villalghero, de’ territori e beni confiscati al debellato Nicolò Doria, ribelle della corona, e quindi con istromento del giorno 18 vendette i predetti villaggi per mille ducati d’oro a Giacomo Manca, che era uno di detti procuratori, portatosi nella città di Teano, e a’ di lui fratelli Giovanni e Andrea Manca nel seguente tenore «A voi pertanto Giacomo Manca presente a nome vostro e de’ vostri fratelli assenti, a’ vostri e a’ loro eredi e successori sotto il debito militar servigio vendiamo le ville di Tiesi, Queremule e Bessude con tutti i diritti e ogni giurisdizione, mero e misto imperio, perchè possiate poi farne ogni vostra volontà, darle, impegnarle e trasferirle in altri, purchè nostri sudditi, per testamento o per donazione tra vivi … Riteniamo però tutto quello, che secondo il costume d’Italia ritiene a se l’alto signore o principe, eccetto che, in mancanza di figli maschi legittimi e naturali per linea retta, possano succedere le femmine e gli estranei, osservato quest’ordine, che il maggiore sia preferito al minore, e il minore alle femmine, non ostante il diritto italico».

De’ fratelli Manca, il solo Giovanni restò possessore del feudo per cessione fattagli da Giacomo ed Andrea.

A Giovanni succedeva in questo e nell’altro suo feudo di Monti Branca suo figlio, e prestò omaggio addì 25 gennajo 1490.

Ebbe costui sei figli, Giovanni, Raimondo, Gio. Angelo, Antonio, Guerao o Geraldo, Violanta ed Erilla, tra’ quali chiamò nel testam. de’ 19 luglio 1507 il Gio. Raimondo primogenito alla successione di Montemaggiore col vincolo perpetuo di fedecommesso, e Gio. Angelo secondogenito al feudo di Monti.

A Gio. Raimondo successe suo figlio Gavino, che essendo ancora pupillo, ottenne sentenza d’investitura dalla procurazione Reale addì 8 agosto 1549.

Morto questi in età pupillare, si disputarono il feudo la di lui cugina D. Elena, figlia di D. Francesco Dessena e le suddette di lui zie D. Violanta e D. Erilla, fra le quali ebbe l’ultima favorevol il giudicato del Supremo.

D. Erilla dava con atto degli 8 marzo 1563 il feudo a Gaspare, figlio suo da D. Pietro Cariga.

A D. Gaspare succedeva suo figlio D. Pietro, il quale per comporre la lite vertente sullo stesso feudo con la zia D. Violanta Manca prendevane in moglie la figlia D. Emerenziana Ravaneda.

Questi nel suo testamento de’ 12 giugno 1591 istituiva sulla baronia di Montemaggiore un fedecommesso perpetuo a favore del figlio Antonio e discendenti, preferendo i maschi alle femmine con ordine di primogenitura, e sostituendo per il caso i postumi. In mancanza di maschi dovean succedere le femmine nate

  1. o nasciture, sostituendo l’una all’altra successivamente
  2. Elena, D. Erilla, D. Giovanna, D. Petronilla.

Antonio, ancora pupillo, ebbe investitura con sentenza de’ 9 gennajo 1592, la quale gli fu rinnovata negli 11 dicembre 1599, quando era assunto al trono Filippo III.

Morti senza discendenza D. Antonio e suo fratello

D. Pietro, succedette nel feudo la loro sorella D. Elena.

A costei assistita da suo marito D. Pietro Ravaneda, maestro razionale, fu provveduta la investitura con sentenza dei 5 novembre 1604 nella stessa forma delle precedenti, la quale le fu rinnovata per altra de’ 19 settembre 1628 dopo la successione al trono del re Filippo IV.

Il di lei figlio D. Pietro II riceveva investitura del feudo nel 1630, e nel 1635 ebbe dal Sovrano con diploma de’ 2 aprile conferito il titolo marchionale.

A lui succedeva suo figlio D. Pietro III; ma siccome D. Gabriella Vico, sua madre, aveva diritto a lire 35 mila, apportate in dote, fu essa investita del marchesato dal procuratore reale marchese di Cea addì 9 giugno 1665. Morta lei, erane investito il figlio suddetto con sentenza de’ 3 febbrajo 1675.

Questi prese in moglie D. Giuseppa Manca, e non avendo avuto che una sola figlia, Lucia, lei scrisse erede universale nel suo testamento de’ 6 agosto 1690, sostituendole la rispettiva madre e moglie.

Quando morì D. Lucia Ravaneda senza discendenti, il fisco s’impossessò del feudo per decreto de’ 27 luglio 1726 pretendendolo devoluto.

Comparve allora D. Raffaele Ravaneda, fratello naturale di D. Lucia, pretendendo col figlio il possesso del feudo in forza della dichiarazione, che dicea fatta da D. Lucia in favore di entrambi con atto de’ 24 febbrajo 1714. Ma oppostosi a questi e al fisco D. Stefano Manca con libello de’ 30 dello stesso mese ebbe sentenza favorevole in data del 5 aprile 1727, essendosi il magistrato fondato nel titolo primordiale del 1463 spedito dal re Alfonso, e nelle prove seguite di essere

D. Stefano della linea chiamata se non attuale almeno abituale, siccome figlio di D. Stefania Pilo-Manca, figlia di D. Stefano Pilo Ravaneda, figlio di D. Maria Ravaneda, zia dell’ultima defunta D. Lucia, perchè sorella del di lei padre D. Pietro Ravaneda II. Fu dunque D. Stefano Manca immesso in possesso del feudo, e nel giorno 6 agosto successivo per sentenza del tribunale del regio patrimonio fu immesso in possesso.

Marchesato di Mores. Componesi questo de’ villaggi Mores, Ardara e Itiri-Fustialbus, popolati, e degli spopolati, Borgo d’Ardara, Laquesos e Todoraque, che insieme formavano l’antica curatoria di Oppia.

Questi paesi con quelli della contrada del Meiulogu erano infeudati la prima volta a Raimondo di Rivosecco, padre, con diploma di Alfonso V delli 15 febbrajo 1421.

Successe a lui suo figlio Raimondo II, e nel 1442, 28 marzo, vendeva le terre della curatoria di Oppia a Francesco Saba nel prezzo di …? in feudo retto secondo il dritto italico, e in seguito a tale acquisto il Saba erane investito dal Sovrano con diploma de’ 23 giugno successivo, e otteneva conceduta l’allodialità per queste terre e pei villaggi già da lui posseduti di Codrongianos-Susu, Codrongianos-Jossu, Bedas, Saccargia e altri, e la esenzione dal servigio feudale e militare, segnatamente in rispetto alla curatoria di Oppia: ma avea determinato l’ordine della successione prima pe’ figli e discendenti maschi, poi per le femmine, quindi pei collaterali d’uno ed altro sesso di parte paterna e materna, finalmente per gli estranei.

Morto senza successori legittimi il Saba, l’incontrada di Oppia ritornò alla corona, e il re D. Giovanni volendo rimunerare D. Giovanni di Villamarì, gli facea dono in libero allodio della medesima con la Planargia e città di Bosa per diploma de’ 24 dicembre 1479.

A D. Giovanni successe suo cugino Bernardo di Villamarì conte di Capudan, e in suo testamento de’ 16 settembre 1512 lasciava la città e Planargia di Bosa a sua figlia Isabella, la curatoria d’Oppia all’altra figlia Anna, sostituendo una all’altra.

Anna essendo morta succedette Isabella, moglie già del principe di Salerno, e nel 1547 27 aprile vendette l’incontrada di Oppia ad Antioco Virde.

Ad Antioco sottentrava il figlio Giovanni Virde, il quale avendo presa in moglie Catterina Pilo n’ebbe sole due figlie Elena e Catterina. La prima, cui venne il feudo come a primogenita, era maritata ad Andrea, l’altra a Giacomo, fratelli Manca-Cedrelles.

Mancati senza prole Elena ed Andrea furon possessori del feudo Catterina e Giacomo, al quale la storia feudale dell’archivio nota essere stato accordato dal re Filippo IV nel 1614 il titolo di marchese di Mores; il che però è erroneo, perchè Filippo IV non regnò che dopo il 1617, e Giacomo Manca era già morto dal 1603. Andrea suo figlio nel testamento non si intitolò marchese, ma conte di Mores, e diceasi il primo a portar questo titolo.

Andrea sposava in prime nozze D. Maria de Ledda, figlia di D. Geronimo, signore allora defunto di Castavalle, e di D. Isabella Carrillo, come da’ capitoli matrimoniali rogati in Sassari al notajo Casaraccie addì 5 ottobre 1603, e ne avea un figlio D. Giacomo e una figlia D. Geronima; sposava in seconde nozze D. Angela Giacaraccio e ne avea due figlie D. Angela e D. Catterina. Morì dopo testamento nelli 10 novembre 1644. Fu padre di altri due figli, uno legittimo D. Gavino, che non si sa da qual matrimonio sia nato, e fu preso in mare dai barbareschi, l’altro solamente naturale, che era nominato Dionisio.

D. Giacomo riprese il titolo di marchese, di cui non è alcun documento, e sposò D. Giovanna Moras di Molino; in seconde nozze D. Catterina Ledda, da cui ebbe D. Maria moglie del conte di Villamar D. Salvatore Aymerich, e D. Giovanna sposata a Gio. Battista Tola; in terze D. Lucia Gaia, dalla quale gli nacquero

D. Antonio e tre figlie D. Giuseppa, D. Geronima e

D. Mariangela Manca.

D. Antonio Manca subentrò nel feudo, e da D. Giuseppa Carnicer ebbe tre figli D. Giacomo, D. Giuseppe e D. Francesca. Morì in Sassari nel 1728 nei primi del dicembre.

D. Giacomo fu successore, marito di D. Stefania Pilo e padre di D. Stefano Manca. Stefano era investito del feudo di Montemaggiore per sentenza delli 6 agosto 1727.

Questi nel 1739 29 ottobre, citato con libello fiscale a prendere l’investitura, propose averla nessuno de’ suoi predecessori domandata ed ottenuta, ed essere stata la contrada comprata in franco e libero allodio, quale era stata dal re D. Giovanni concessa al nominato Villamarì.

Morto lui il figlio dovette proseguir la causa e fu condannato a prender l’investitura per sentenza delli 2 settembre 1769.

Contado di s. Georgio. Alla baronia di Usini e Tissi fu col andar del tempo sostituito il titolo comitale di

s. Georgio, dalla chiesa di s. Georgio entro i confini di Usini.

L’infeudazione di questa baronia è molto antica, e fu distaccata dall’incontrada di Osilo, data in feudo retto da Alfonso V, con diploma 15 febbrajo 1421, a Raimondo di Rivosecco. In que’ tempi questa baronia aveva annessi anche i villaggi di Ossi, Muros, Itiri ed Uri, i quali poi ne furono distratti.

Galcerando Cedrelles per debito che aveva al reggente Bernardo Simò fu obbligato a cedergli la villa di Ossi, e non potendo soddisfare ad altro debito verso il medesimo, dovette esporre in vendita le altre ville di Usini e Tissi, che furono deliberate a Giacomo Manca, come a miglior offerente, per atto delli 2 dicembre 1544.

D. Giacomo Manca nel suo testamento delli 24 febbrajo 1562 istituì sui detti villaggi un maggiorato con ordine di primogenitura, con prelazione dei maschi alle femmine, e con l’obbligo di prendere il nome e le armi dell’istitutore.

Successe a lui il figlio primogenito D. Giacomo II, a questi D. Giacomo III, a lui suo figlio D. Francesco, a D. Francesco suo fratello D. Antonio Manca Deomèdes, al quale fu da Filippo IV accordato il titolo di conte di s. Georgio con diploma 21 aprile 1643.

A D. Antonio susseguì probabilmente suo figlio D. Gavino, perchè uno di tal nome si intitolava intorno a quei tempi (1664) conte di s. Georgio e signore di Usini in implorando l’assenso per onerarsi di lire 15 mila a censo assegnato in dote alla figlia Marianna maritata con D. Dalmazio Sangiust.

Dopo D. Gavino ebbe il feudo D. Antonio II, e dopo lui suo figlio D. Francesco II marito di D. Maria Sangiust e padre di D. Antonio II suo successore.

Morto D. Antonio III senza prole volle far valere i suoi diritti D. Stefano Manca, nel 1759 24 aprile, come discendente dal terzogenito del fondatore del maggiorato.

Il suo figlio continuò la lite, e venuto a transazione aggiunse questo ai feudi di Mores e Montemaggiore pervenutigli dopo la morte del padre.

Baronia di Ossi. Il suddetto Cedrelles dopo venduti i villaggi di Usini e Tissi vendeva insieme Muros e Ossi a Bernardo di Viramont in ducati 7500 d’oro per stromento 14 marzo 1545.

Morto il Viramont sua moglie per soddisfare ai creditori domandò la licenza di alienare (25 febbrajo 1550) e vendette i due paesi a Durant Guiò di Alghero in lire 8 mila oltre i carichi, che portavano il prezzo totale a lire 20 mila.

A Guiò successe suo figlio Giovannotto; a Giovannotto nel 1569 Giovanni suo primogenito, che ne’ tempi seguenti non si sa perchè si trovi cognominato Guiò Serraviva, quando il cognome della madre era Torralba.

Quale dopo Giovanni sia stata la serie de’ successori non si può con certezza asserire, mancando in questo, come nel feudo di Usini e Tissi, gli atti d’investitura, perchè non mai se ne prese, credendosi allodiali. Dagli atti però e dalle sentenze del 1757 e 1690 emanate in contraddittorio del fisco, si sa che a Giovanni Guiò di Serraviva fossero rimasti superstiti due figli, cioè Giovanni Guiò-Cesaraccio secondogenito, che ottenne il feudo, e Francesco terzogenito.

A Giovanni subentrava suo figlio Pietro, che fu marito di Angela Manca, ed ebbe tre figli D. Giovanni, suo successore, D. Giacomo morto improle e D. Anna maritata con D. Cornelio Sassu.

Questo D. Giovanni Guiò Manca pare quello stesso così chiamato, che per liberare il villaggio di Ossi da’ pesi, ai quali era soggetto, ottenne dalla R. Udienza (1656 18 gennajo) di poter vendere, come vendette, all’asta pubblica, il villaggio di Muros a D. Francesco Martinez.

Rimastosi quindi D. Giovanni col solo villaggio di Ossi, e morto senza discendenti nel 1690, propose giudizio di immessione in possesso contro del fisco un altro Giovanni Guiò, cognominato ancora Coetto, il quale asserivasi figlio di D. Francesco Guiò (di

D. Giovanni Guiò Serraviva) e pretendevasi prossimiore agnato, e fu con sentenza de’ 20 aprile riconosciuto successore, quindi investito con la clausola di natura di feudo secondo il diritto italico; se non che la

R. Udienza rivocò quel giudizio nel 30 giugno, perchè pendea lite con D. Anna Abella, la quale come tenutaria avea preso possesso con decreto della R. governazione. Egli supplicò alla stessa R. Udienza, ma nell’ottobre successivo cessarono col silenzio di D. Anna le istanze.

Nel 1680 lo stesso D. Giovanni intentò nuovo giudizio col fisco implorando la restituzione in tempo ed in intero per rivocarsi la sentenza de’ 20 aprile 1690 che avea dichiarato feudali i predetti villaggi, che erano allodiali, come furono poi riconosciuti dal tribunale con sentenza de’ 13 gennajo 1700, riparata dalla R. Udienza in favor del fisco con altra de’ 6 maggio, poi riformata dallo stesso magistrato contro del fisco con giudicato de’ 18 susseguito giugno.

Giovanni lasciò due sole figlie, Maria e Teresa. Successe la prima, quindi Giovanni figlio suo e di D. Vincenzo Amat, e dopo Giovanni, che fu marito di

D. Francesca Brunengo, marchesa di s. Saverio, fu chiamata a succedere sua figlia Giovanna; ma allora scoppiò nuova disputa sulla devoluzione, e il feudo fu aggiudicato al secondogenito di D. Vincenzo Amat, che era D. Pietro, il quale essendo morto senza prole vuolsi sia succeduta D. Teresa, sorella della madre, a costei suo figlio D. Ignazio Amat, e a lui morto pari-mente senza posteri pretese subentrare la sunnominata D. Giovanna Amat, moglie di D. Antonio Manca da una parte, e dall’altra D. Giovanni Manca Brea come maschio e discendente da D. Anna Guiò; ma furono ambi rigettati con sentenza dei 19 settembre 1730.

D. Antonio Manca, marito di D. Giovanna, tornò nel 1754 a comparire per sostenere l’allodialità del feudo, ma ebbe sentenza contraria nel 1757, 11 settembre.

Supplicò allora D. Giovanna con suo figlio D. Stanislao da questa sentenza, poi propose il recesso; ma immediatamente domandò e ottenne dal Sovrano (3 agosto 1758) doppie lettere causa vivendi, accordandosi nelle prime, che il R. Patrimonio decidesse nuovamente in contraddittorio del fisco pel punto del-l’allodialità; nelle altre perchè nel caso che questa fosse dichiarata, il R. Patrimonio co’ voti del Supremo pronunziasse sulla sua preferenza a D. Giovanni Manca Brea.

Morto D. Stanislao, tornò a comparire nel tribunale del R. patrimonio D. Antonio, come legittimo amministratore di D. Giovanni Manca, e finalmente fu rimessa in Torino copia degli atti.

D. Antonio, dopo la morte in Torino di D. Stefano suo padre, che attendeavi la decisione della sua lite col fisco sulla successione di Usini e Tissi, essendosi portato in questa dominante, ottenne di entrare in trattativa per il feudo di Usini e Tissi, e per questo di Ossi, operando per il primo in nome proprio, per il secondo come procuratore della moglie e legittimo amministratore del figlio.

Il progetto che egli propose addì 3 agosto 1762 essendo stato approvato con R. biglietto del 13, si fecero le seguenti stipulazioni:

1.º Che il fisco recedesse dalla lite per ambi i feudi, compensate le spese.

2.º Che le ville di Usini e Tissi si rilasciassero al progettante in feudo per lui e discendenti suoi e dal fu suo padre, D. Stefano Manca Pilo, con l’alienabilità soltanto per atto tra’ vivi, e nel resto conservata la natura di feudo retto secondo il dritto italico.

3.º Che la villa di Ossi si rilasciasse alla sua moglie

D. Giovanna Amat ed al comune figlio D. Giovannico Manca-Amat padre di D. Giovanna con la stessa clausola.

4.º Che in caso di alienazione dovesse impetrarsi il regio assenso, pagarsi il laudemio, e assumere il feudo la qualità di retto, e per i soli maschi.

5.º Che non ostante l’accordata alienabilità non potessero i feudi esser soggetti a censo o ipoteca, fuori de’ casi permessi dalle R. prammatiche, in pregiudizio del R. patrimonio.

6.º Che i frutti provenuti dalla villa di Ossi fino al 1.º luglio 1758 dovessero restare al R. patrimonio, e in corrispettivo della transazione dovesse D. Antonio pagare alla R. cassa la somma di scudi sardi 30 mila ne’ termini fissati, imputandosi però in questa somma i frutti, che il R. patrimonio avea percevuti dal giorno del seguito sequestro di Usini e Tissi, e dal 1° luglio 1758 in appresso dal villaggio di Ossi.

9.º Che siccome la transazione per Usini e Tissi era regolata sul supposto, che l’annuo reddito fosse di scudi 1500, perciò risultando maggiore questo reddito, D. Antonio dovesse, oltre degli scudi 30 mila, pagare il corrispondente capitale della differenza sul computo del 5 per cento.

In seguito a queste stipulazioni, alla ratifica di D. Giovanna e del figlio D. Giovannico, del pagamento di lire di Piemonte 44500 a conto degli scudi 30 mila, furono date due distinte sentenze addì 14 gennajo 1764, per la prima delle quali fu investito D. Antonio del feudo di Usini e Tissi in nome proprio, per la seconda del feudo di Ossi come legittimo amministratore del figlio.

Ducato dell’Asinara o Vallombrosa. Consiste questo feudo nelle due isole Asinara e Isola piana, che disposte da capo Falcone verso settentrione chiudono al ponente il golfo di Torre.

Queste isole e segnatamente la prima sembra che fossero state infeudate; ma non si ha memoria nè del-l’epoca, nè delle persone; il certo si è, che nel 1331, mentre un certo Gualando de Matteo si appropriava l’Asinara tra certi altri beni a lui donati, dopo che eransi devoluti per i demeriti dei primi possessori, fu dichiarato dal re Alfonso con sua carta delli 17 luglio non essere stata sua intenzione di comprendere nella donazione l’isola suddetta; però fu comandato a Raimondo di Cardona, governatore di Sardegna e di Corsica, e a Raimondo di Montparone, vicario di Sassari, di ridurla prontamente a mano regia, e lasciarvi godere i sassaresi di tutti gli adimplivii, di cui gode-ano negli altri territori assegnati alla loro città per privilegio del medesimo Sovrano.

In virtù di questa concessione i sassaresi d’allora in poi ne profittarono pascolandovi il bestiame ed esercitandovi l’agricoltura, finchè nel 1767 furono obbligati dal governo ad allontanarsene e lasciar vacua l’isola dietro il progetto di certi fratelli Vellixandre d’Aix, provenzali, che voleano dedurvi una colonia e popolarla.

Questo progetto però sebbene portato sino al punto di avervi condotto un certo numero di famiglie nel 1768, non si sa perchè, si sospese, e poi rimase senza effetto.

Vennero allora riammessi quelli che vi aveano abitato, e continuarono a godere di quei territori pagando però certi diritti al R. Patrimonio, che si diceano introdotti poco innanzi del menzionato progetto.

Invaghitosene poi D. Antonio Manca Amat quando era già succeduto al padre D. Stefano ne’ feudi di Montemaggiore e di Mores, ed avea con la transazione del 1762 raffermato per se e sua famiglia il contado di s. Georgio e la baronia di Ossi, inoltrò domanda per le due dette isole al Re Vittorio Amedeo; e per conseguire questa nuova infeudazione col titolo ducale e per accordarsi a’ primogeniti il titolo marchionale di Montemaggiore e di Mores, vivente il padre, fece il seguente progetto datato da Sassari 1774, 17 dicembre:

1.º Che si avessero a concedere al postulante le due isole con ogni utile, diritto, giurisdizione ecc., per se e successori maschi e femmine con ordine di primogenitura e prelazione di maschi alle femmine anche in grado rimoziore, includendo nella successione anche la sua discendenza de’ suoi fratelli.

2.º Che avesse il progettante e suoi a godere de’ diritti esatti per l’innanzi dal R. Patrimonio, da quei che pascolavano o coltivavano, e anche di esigere qualunque maggior diritto o provento, che al medesimo patrimonio Regio sarebbe potuto competere.

3.º Che gli fosse lecito fondarvi popolazioni sì di nazionali, che di forestieri, purchè i primi non fossero malviventi o banditi nè possessori di beni in altri villaggi o feudi, i secondi non scismatici, nè eretici.

4.º Che innanzi di stabilire nuove popolazioni potesse il feudatario pattuire su’ diritti feudali, purchè fossero regolati a norma degli altri del regno.

5.º Che S. M. si degnasse accordare in favore de’ nuovi stabilimenti quelle franchigie ed esenzioni, che ad altre nuove popolazioni erano state accordate.

6.º Che nello stesso caso potesse il feudatario intendersela con l’arcivescovo per l’erezione delle parrocchie e creazione di parrochi, fissazione di decime ecc.

7.º Che si concedessero al progettante e successori cinque miglia di mare all’intorno delle isole col diritto di ancoraggio in tutti i porti, cale e seni, con la facoltà di calare o far calare una tonnara senza pregiudizio delle già concedute.

8.º Che si degnasse S. M. accordare al postulante e ai successori il titolo di duca dell’Asinara, e quello di marchese di Mores e Montemaggiore a’ primogeniti in vita de’ padri.

9.º Che potesse esso postulante alienare una o entrambe dette isole per atto tra’ vivi o per ultima volontà, mediante il laudemio ecc., con la condizione che il feudo prendesse negli acquisitori la natura di feudo retto e proprio, e con la dichiarazione, che non ostante la disponibilità accordata al postulante, non potesse il feudo soggettarsi a censo o ad ipoteca a pregiudizio del R. Patrimonio; e che alienandosi entrambe o una sola delle isole, dovesse cessare il titolo di duca negli alienatari.

10.º Che per tutte le domande pagherebbe il progettante la finanza di lire 70 mila di Piemonte, compresi i diritti di mezz’annata, sigillo ecc., entro sei anni, da computarsi dal giorno che si stipulerebbe lo strumento, senza verun interesse, e con gli interessi del 6 per 100 di quello che trascorso detto termine residuerebbe ecc.

Questo progetto, approvato dal Sovrano in tutte le sue parti, fu con R. biglietto de’ 19 febbrajo 1775 rimesso all’avvocato fiscale Regio nel Supremo, perchè nanti il presidente del medesimo Supremo si de-venisse alla stipulazione dell’opportuno strumento col procuratore del postulante: e questo istrumento essendosi stipulato dal segretaro Viretti addì 14 marzo, il Re segnò addì 27 aprile il diploma di concessione.

Ricevuta l’investitura e presa possessione del feudo, nella fine di agosto, fu D. Antonio, due anni dopo, obbligato a litigare per la percezione de’ diritti feudali da’ sassaresi, che nelle isole faceano pastorizia o agricoltura, e solo dopo forte contenzione ottenne sentenza favorevole, addì 17 marzo 1779, nella quale si dichiarava esser dovuti al duca per ragione del seminerio e del pascolo gli stessi diritti che si pagavano ne’ territori di Sassari.

A D. Antonio padre di due figli, D. Giovannico e

D. Alberto, succedette non molto dopo il primogenito, nel quale dopo la morte anche della madre si univano i cinque feudi sin qua descritti co’ rispettivi titoli.

D. Giovannico ebbe da D. Rosa Amat tre figli, una femmina, nominata D. Anna Maria, che fu moglie del marchese di Villahermosa, e due maschi, D. Pietro e

D. Vincenzo. Premorto al padre senza prole il primogenito, succedette nei feudi D. Vincenzo.

Questi al titolo di duca dell’Asinara volle aggregare anche quello di duca di Vallombrosa, e l’ottenne per diploma del re Vittorio Emmanuele del 1.º agosto 1817 per se e successori con le stesse leggi e limitazioni portate dal diploma primordiale de’ 27 aprile 1775. Nel suo titolario sono le seguenti note: duca dell’Asinara e Vallombrosa, marchese di Mores e Montemaggiore, barone di Ossi, conte di s. Georgio.